domenica 4 dicembre 2011

Project Gemini: capitolo 5

Ecco il quinto capitolo di Project Gemini.
Vi informo che sto pubblicando il racconto che su efpfanfiction, potete raggiungere il primo capitolo da qui.
Buona lettura!

Finalmente arrivammo nella zona del complesso adibita a dormitori, la prima stanza che trovammo fu quella di Marcus, la stanza numero quattro. James si avvicinò alla porta, s'infilò la mano in tasca e ne estrasse la chiave. Dopo si girò dalla mia parte e mi disse con un po’ d’imbarazzo «Forse è meglio che ognuno controlli la propria stanza, quando abbiamo finito ci rincontreremo nel corridoio. A te va ben così?», fui sollevato da quella frase. Quando ero arrivato per la prima volta li, avevo trovato una sorta di preoccupazione quando avevo cercato di aprire la porta, era meglio se perlustravo da me la mia stanza. Così gli risposi «Certamente, il primo che finisce aspetta l’altro nel corridoio. Ci vediamo dopo», feci un cenno di saluto che James ricambiò subito e rispose «A dopo.». Mi allontanai da Marcus e mi diressi verso la mia stanza. Mentre mi allontanavo, sentii scattare la serratura della stanza di James. Quando arrivai davanti alla porta della mia stanza, presi la chiave che avevo messo nella borsa e la infilai nella serratura. Guardai la targhetta con scritto il numero otto, poi girai la chiave per tre volte prima di sentire il suono della serratura che si apriva, girai il pomello, feci scorrere la porta e infine entrai. La stanza era buia, allungai le mani alla ricerca di un interruttore, lo trovai dopo qualche secondo sulla sinistra della porta, lo accesi e dopo qualche istante la stanza fu illuminata da due lampade al neon, una volta che la stanza fu illuminata, mi resi conto che non era molto grande. Era abbastanza grande da contenere un letto singolo, posto sulla destra in fondo alla stanza, un armadio a due ante, situato sulla parete sinistra in cima e una scrivania sulla parete sinistra, in fondo alla stanza. Chiusi la porta, non volevo rischiare che James ficcasse il naso in quella stanza. Mi girai verso l’armadio, era costruito in metallo e aveva due ante scorrevoli. Afferrai la maniglia dell’armadio e feci scorrere l’anta. Dentro l’armadio c’erano solo degli abiti appesi a delle grucce. Infondo al vano c’erano dei cassetti, provai ad aprirli, ma contenevano solo della biancheria e delle magliette. Rivolsi la mia attenzione alla scrivania, sopra essa, erano sparsi vari documenti scritti sia a mano che al computer. Provai a leggere qualche foglio, ma c’erano scritte delle formule di qualche tipo che non comprendevo. Aprii il primo cassetto, era pieno di materiale da cancelleria, dopo un po’ di ricerca trovai un portafoglio marrone, lo presi in mano, lo aprii velocemente e la prima cosa che vidi fu il documento d’identità. Sopra il documento, si leggeva a chiare lettere Adam Forgét. Finalmente sapevo il mio nome completo. Poiché volevo essere sicuro al cento per cento che quello fosse il mio documento, lo estrassi dal portafoglio e lo aprii. Mentre stavo eseguendo l’operazione, dal documento scivolò qualcosa sulla scrivania, la raccolsi subito e mi resi conto che era una foto. Ripresi nella foto, c’erano due persone, un uomo e una donna abbracciati che sorridevano, l’uomo sembravo proprio io, mentre la donna non la conoscevo, aveva dei lunghi capelli lisci di colore biondo, i tratti del viso erano molto delicati e aveva degli occhi verde smeraldo. Mentre osservavo gli occhi di quella donna, mi ricordai chi fosse. «Eve…», dissi ad alta voce. Fu allora che mi ricordai un altro evento del mio passato.

Ero nella mia stanza, seduto su una poltrona davanti alla scrivania. Stavo analizzando dei dati usando un notebook, a un certo punto interruppi il lavoro e tirai fuori dalla tasca dei pantaloni il portafoglio, ne estrassi la fato e mi fermai a guardarla assorto nei miei pensieri. Fui interrotto dal suono di qualcuno che bussava alla porta, riposi in fretta la foto nel portafoglio e lo infilai nel primo cassetto. Mi alzai e mi diressi verso la porta. «Chi è?», chiesi ad alta voce, la riposta non si fece attendere «Sono io, Eve.». Aprii la porta e mi trovai davanti una donna bionda, con dei bellissimo occhi verde smeraldo. Ero sorpreso di quella visita, non sapevo cosa dirle, poi lei ruppe il silenzio «Posso entrare?», mi ripresi dallo stupore e risposi «Certamente, entra», mi feci da parte e la feci passare. «Sono stata sorpresa nel vederti prima insieme agli altri ricercatori. Luis aveva detto che non avresti partecipato.», «Gli avevo solo detto che ci dovevo pensare e come puoi vedere, ho deciso di partecipare», intanto Eve si stava avvicinando alla scrivania «Già, ho visto. A quanto pare lavori sempre fino a tardi», disse dando un’occhiata allo schermo del notebook, allora la superai, afferrai il notebook, lo chiusi e lo infilai nel secondo cassetto della scrivania. «Cosa sei venuta a fare qui Eve?», le dissi in maniera spazientita. Lei mi guardò un po’ con aria sorpresa, «Sei nervoso? Comunque volevo solo dirti che sono stati formati i gruppi di ricerca, noi due siamo nello stesso gruppo insieme a Luis. Proprio come ai vecchi tempi.», «Che fai? Sei venuta a rievocare i bei vecchi tempi? Ricorda che sei stata te ad abbandonarci. Anche io sono stato sorpreso di sapere che partecipavi a questa cosa. Cos’è? Avevi paura che avremmo trovato la cura prima di te?», ero sempre più nervoso, cercavo di trattenere la rabbia, «Ancora con questa storia? Adam, ormai è passato tanto tempo. E poi dove sono finiti i tuoi principi? Quest’iniziativa se non lo sapessi è finanziata da privati. Quelli che disprezzavi tanto quando lavoravamo all’università.», dopo quella frase non riuscii più a trattenermi, «Lo sai perfettamente che questa è una situazione diversa! Qua stiamo cercando una cura per salvare milioni di vite! Non stiamo mica cercando di sviluppare delle medicine da inserire nel portafoglio brevetti dell’ennesima multinazionale!», con quella frase stizzii Eve. Poi mi resi conto, che forse avevo un po’ esagerato. «Scusami… Ma ora voglio riposare, lasciami solo…», senza dire un'altra parola, Eve se ne andò via sbattendo la porta…

Mentre stavo osservando la foto, mi chiesi cosa avesse fatto Eve, per farmi arrabbiare in quel modo. Decisi di tenere la foto. Magari l’avrei potuta far vedere a Marcus, magari conosceva Eve. A quanto pare in quel posto si stava cercando di trovare una cura per quel virus sconosciuto. Ma allora perché aveva visto più persone uccise dallo stesso virus? Cos’era andato storto? Aprii il secondo cassetto della scrivania, dove trovai il notebook. Lo misi sulla scrivania e lo accesi. Dopo poco mi resi conto che richiedeva una password. Provai a vedere se me la ricordavo, ma niente, non la sapevo. Allora feci qualche tentativo, guardai nel mio documento e inserii la data di nascita, ma non andava bene, provai a inserire “Eve”, ma neanche quello andava bene. Allora Rinunciai ad altri tentativi, spensi il portatile e lo infilai nella borsa. Nella speranza che alla fine mi sarei ricordato la password. Detti un'altra occhiata nella stanza, guardai sotto il letto, ma non trovai altro di utile. Non avevo altro da fare li, così aprii la porta e uscii. Una volta fuori chiusi la porta a chiave. James non si vedeva ancora, cosi mi misi ad aspettarlo.

Dopo qualche minuto d’attesa James non si era ancora fatto vedere, così provai a chiamarlo ad alata voce «James? Quanto tempo ti manca?», aspettai qualche secondo e non ricevetti alcuna risposta. Allora mi avvicinai alla porta e vidi che era socchiusa, non sapevo cosa fare, magari si era sentito male. Comincia ad aprire lentamente la porta, sentivo dei rumori provenire da dentro la stanza. Quando finii di aprire la porta vidi James intento rivoltare il materasso del letto, a quel punto si accorse della mia presenza, «Hai bisogno di qualcosa?» mi chiese con aria un po’ contrariata, «No, ti avevo chiamato e visto che non mi avevi risposto, mi ero preoccupato.», intanto vidi che la stanza era completamente sottosopra, l’armadio era vuoto e tutti i vestiti erano sparsi per terra, dove c’erano anche i cassetti della scrivania vuoti il cui contenuto era stato riversato su di essa, «Come vedi sto bene, ora mi puoi aspettare fuori?», «Va bene, ti aspetto fuori.». Chiusi la porta, e mi misi ad aspettare Marcus. Che cosa stava cercando? Da come aveva ridotto quella stanza, sembrava qualcosa d’importante per lui.

James uscì pochi minuti dopo. «Allora hai trovato quello che cercavi?», «Per la verità non sapevo neanche cosa stavo cercando. Te hai trovato qualcosa d’interessante?», estrassi la foto dalla borsa, «Ho scoperto il mio nome completo, mi chiamo Adam Forgét, inoltre volevo farti vedere una cosa.», gli porsi la foto, «Questa donna ti ricorda qualcosa? So solo che si chiama Eve e che anche lei lavorava qui.», James osservò per qualche istante la foto, «Mi sembra di averla già rivista, ma non ricordo chi sia.», a quel punto mi venne in mente che James aveva detto di aver visto molti morti quando si è risvegliato, «Sei sicuro di non averla vista quando ti sei svegliato?», «Non credo. Ma non posso dirlo con certezza, in quel momento non ero molto lucido, volvevo soltanto uscire il più presto possibile da quel posto, è stato terr…» James cominciò a tossire, quando smise non mi sorpresi nel constatare che anche lui aveva tossito sangue, ma quando se ne accorse lui, non ebbe la reazione che mi aspettavo, guardò semplicemente la mano sporca di sangue e poi se la pulì sul camice bianco, «Non sei sorpreso di vedere che hai tossito sangue?» gli chiesi, «No, non è la prima volta che mi succede, è successo anche a te, vero?», «Già… Comunque penso che questo posto servisse a trovare una cura per la malattia che ha ucciso queste persone e credo che abbia contagiato anche noi…», «Non credo che siamo riusciti a trovare una cura, visto la fine che hanno fatto. Ma non capisco perché noi siamo ancora vivi», «Forse siamo stati contagiati per ultimi?», «E pensi che l’amnesia sia un effetto della malattia? Io penso che dovremo esplorare il resto del complesso. Magari riusciremo a scoprire cosa è successo in questo posto.», «Va bene, ma da dove iniziamo?», «Io propongo d’iniziare dal primo livello.», «Allora andiamo.». Così ci avviammo verso il montacarichi per arrivare al primo livello.

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