domenica 4 dicembre 2011

Project Gemini: Capitolo 4

Ecco il quarto capitolo di Project Gemini.
Buona lettura.

Durante tutto il percorso per arrivare alla sala di controllo e telecomunicazioni, non vidi la minima traccia di James. Ero quasi giunto a destinazione. Infatti, una volta svoltato l’angolo, vidi subito che il corridoio si concludeva e in fondo era presente una porta. La porta fortunatamente era spalancata, visto che accanto ad essa c’era in bella vista un lettore di tessere elettroniche. Aumentai il passo e oltrepassai l’entrata. Una volta dentro vidi due corpi nella stanza, uno era accasciato a terra, mentre l’altro era su una sedia in posizione seduta. I due uomini non erano stati uccisi dal virus, ma da dei colpi d’arma da fuoco. Mi avvicinai al primo corpo per guardare meglio. Attorno al corpo si era formata una chiazza di sangue ormai raggrumata. L’uomo indossava un’uniforme blu, attaccata alla camicia, aveva un tesserino come gli altri, l’uomo si chiamava Chris Bradley. Passai all’altro cadavere sulla sedia, anche quello era stato colpito alla testa, girai verso di me il corpo che stava su una sedia girevole. Allora fui certo di non essere Adam Levine, perché vidi sul tesserino che l’uomo si chiamava così.  Dalla posizione in cui si trovavano, sembrava che gli uomini fossero stati sorpresi alle spalle, mentre erano intenti a osservare degli schermi che si trovavano nella sala. I monitor si trovavano dalla parte opposta dell’entrata, li guardai meglio. Sembrava un sistema di videosorveglianza. Su ogni schermo si vedeva una parte del complesso. La mia attenzione fu catturata da un movimento su uno dei monitor. Mi avvicinai a esso, e vidi che stava inquadrando l’uscita in cui mi ero risvegliato, allora vidi James, stava trafficando con il terminale. Sembrava intento a inserire il codice per aprire la porta, ma dopo qualche secondo di attesa, era evidente che non lo sapesse. Distolsi lo sguardo dallo schermo per guardare meglio la stanza. Accanto alla porta, sulla destra si trovava un armadio a due ante, anzi guardando meglio era una cassaforte. Finalmente vidi attaccata al muro sulla sinistra un pannello a cui erano attaccate delle chiavi, andai più vicino e vidi che si trattavano delle copie delle chiavi del dormitorio. Vidi subito la chiave della stanza numero otto, la presi e me la misi nella tasca dei jeans. Nella parete opposta a quella dove era situata la bacheca, era presente una serie di computer tutti accesi. Mi avvicinai per vedere se ci fosse materiale utile per capire a cosa servisse quel posto. Purtroppo vidi che su tutti i monitor era presente la richiesta di una password per accedere al sistema operativo. «Maledizione!» urlai, quel maledetto posto era pieno di porte chiuse da chiavi e sistemi elettronici protetti da password. Provai a guardare se James era ancora intento a cercare di inserire il codice giusto per uscire. Quando mi avvicinai allo schermo, mi resi conto che James era sparito. Dove diavolo era andato? Sicuramente non era riuscito ad andare fuori. Spostai lo sguardo su altri monitor. Alcuni schermi non mostravano niente. Ogni schermo visualizzava più luoghi a rotazione, attraverso di essi vidi luoghi in cui ero passato e altri mai visti. Quel posto sembrava sorvegliato molto bene, ma non mi ero accorto della presenza di nessuna telecamera. A un certo punto uno dei monitor cambiò visuale mentre lo stavo fissando, e allora vidi una scena terribile, attraverso lo schermo si vedeva una stanza con diverse scrivanie, davanti a queste scrivanie erano sedute delle persone su delle poltrone, alcune erano accasiate sule scrivanie, mentre altre erano rimaste sdraiate sulle poltrone, erano tutti morti. Dall’immagine si vedeva il volto di alcune persone, e avevano tutte la faccia macchiata di sangue, come l’uomo che avevo visto davanti all’ascensore. Poi lo schermo mostrò un altro luogo, ma era solo un corridoio. Stetti qualche altro secondo a osservare i monitor, poi uno di essi mostrò l’interno di un ascensore e finalmente trovai James. L’uomo stava in piedi in mezzo alla cabina, l’ascensore sembrava in movimento, era sicuramente l’ascensore che avevo usato per arrivare in quel livello. James sembrava avere l’aria più calma di quella che aveva avuto nel nostro ultimo incontro. Forse era in grado di parlare, magari mi avrebbe aiutato. Intanto l’ascensore si era fermato, il monitor indicava che si trovava al primo livello. Allora decisi di andargli incontro per vedere se fosse disposto a collaborare con me. Ormai in quella stanza non c’era altro che mi fosse utile, quindi mi diressi verso la porta. Ma ad un tratto mi fermai, tornai indietro e mi chinai sul cadavere della guardia per terra, vidi subito quello che cercavo, la fondina con dentro la pistola. Aprii la fondina e impugnai la pistola, non so perché la presi, forse sarà stato per la minaccia che mi avevo fatto James, o forse per qualcos’altro. Dopo presi altri due caricatori che la guardia aveva attaccato al cinturone. Poi mi resi conto che non potevo farmi vedere da James con una pistola in mano, non sapevo dove metterla, mi guardai intorno, dopo qualche ricerca vidi una borsa a tracolla sotto il bancone dove erano situati i monitor, la presi e la svuotai. Ci misi dentro la pistola e i due caricatori, me la misi a tracolla sulla spalla sinistra, mi alzai e lasciai la stanza. Ci voleva poco tempo per raggiungere l’ascensore. Mi dovevo sbrigare, accelerai il passo, non potevo assolutamente perdere James, forse era in grado di dirmi cosa era successo in quel posto. Svoltai l’angolo, e fui sorpreso di vedere James che stava venendo verso di me. A quanto pare lo fu anche lui, si fermo un attimo, sembrava essere molto più calmo di prima, aveva sempre la pistola in mano, ma almeno in quel momento non me la stava puntando addosso. Stavo continuando ad avanzare verso di lui, a un tratto anche James riprese a camminare verso di me. Alla fine ci fermammo uno davanti all’altro. Non sapevo cosa dire, ma più guardavo gli occhi di James, e più mi rendevo conto che aveva uno sguardo diverso, sembrava un'altra persona rispetto al nostro primo incontro. Ad un certo punto James parlò, e disse «Non sono riuscito ad uscire…, Ma io ti conosco?», non sapevo rispondere, poi dissi «Non ne sono sicuro», James non sembrava sorpreso dalla risposta e ribatte «Allora non sono l’unico che non si ricorda niente» rimasi sorpreso della risposta, «Anche te non ti ricordi niente?», James fece un cenno di assenso « Già, prima di incontrare te non sapevo neanche il mio nome… Prima mi hai chiamato James, sai anche quale è il mio cognome?», « Credo che il tuo nome completo sia James Marcus», James si mise a riflettere qualche secondo, forse stava cercando di ricordare qualcosa, poi improvvisamente scoppiò «Cazzo! Non mi dice niente questo nome!» si mise ad agitare la pistola. Mi spaventai un po’ per quel gesto e dissi «Stai calmo amico, non risolverai niente arrabbiandoti così, so come ti senti, sto passando la tua stessa situazione» dopo qualche istante James si decise a calmarsi e disse «Hai ragione…  Mi devo calmare…», James si mise la pistola in una tasca del camice e poi continuò «Scusami per prima, ero molto agitato, mi sono risvegliato in questo strano posto e poi ho visto tutti quei cadaveri, non sapevo se mi potevo fidare, ma a quanto pare siamo nella stessa situazione. Quindi penso che dovremo collaborare per vedere se riusciamo ad uscire da questo posto…. Sei d’accordo con me?» James si mise in attesa di una risposta, naturalmente la sua proposta mi sembrava sensata, infondo era quello che volevo fare fin dal primo incontro, così risposi «Naturalmente, sono con te. Prima d’incontrarti stavo andando a ispezionare quella che mi pare sia la mi stanza, vuoi venire con me?», James fece cenno di assenso mentre si metteva una mano nella tasca sinistra del camice «Certo che vengo con te, ho anche la chiave della mi stanza» estrasse dalla tasca una chiave su cui c’era inciso il numero quattro «Così mentre te controlli la tua stanza, io controllo la mia», fui contento del fatto che avesse la chiave della sua stanza, e del fatto che le nostre stanze erano vicine l’una all’altra, così risposi «Perfetto, allora siamo d’accordo, mettiamoci in marcia». Mi diressi verso i dormitori e James cominciò a seguirmi. Ero euforico per quel passo vanti che avevo fatto, almeno non dovevo più vagare da solo in quel posto. Mi guardai alle spalle per vedere se James teneva il mio passo, appena lo guardai negli occhi, uno nero e l’altro celeste, lui mi fece un cenno di assenso. Quel gesto mi rincuorò molto, finalmente non ero più solo.

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